
Anoressia e bulimia non si risolvono con lo sport
Chi soffre di disturbi alimentari deve evitare danza, ginnastica artistica, atletica leggera e ciclismo: peggiorano le cose
Non è proprio vero che lo sport faccia bene a tutti. Ad alcune persone potrebbe addirittura risultare controproducente: sono coloro che soffrono di disturbi dell’alimentazione come anoressia o bulimia. Queste persone di solito sono portate ad abusare della palestra o dell’attività sportiva in genere per mantenersi in forma in maniera ossessiva. Risultato: il movimento diventa una sorta di strumento di autolesionismo.
"Gli sport più a rischio sono la danza, la ginnastica artistica, l'atletica leggera e il ciclismo", spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra e coordinatrice del comitato congiunto dei ministeri del Welfare e della Gioventù, incaricato di mettere in campo azioni di contrasto ai disturbi del comportamento alimentare. "La danza, la ginnastica e l'atletica sono le attività a maggior rischio di ‘ossessione’ legata alla forma fisica perfetta e alla magrezza. Nel ciclismo, poi, unito al rischio legato al doping, è presente anche il pericolo di cadere nella morsa dei disturbi alimentari”.
I disordini alimentari sono ormai un autentico fenomeno diffuso purtroppo in modo trasversale alle fasce sociali e alle età. "Si tratta”, dice ancora Dalla Ragione, “di un'epidemia sociale e globalizzata che si sta diffondendo a macchia d'olio, ed è per questo che sono importanti gli interventi messi in campo per contrastarla". Nella danza, ad esempio, verrà attivato dal ministero del Welfare un progetto sperimentale di formazione ad hoc per gli insegnanti, che verranno sensibilizzati a controllare i loro allievi e a contrastare l'insorgenza di anoressia o bulimia.
lunedì 29 dicembre 2008
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martedì 16 dicembre 2008

MAIALI E MUCCHE ALLA DIOSSINA, E' VERO PERICOLO?
Il rischio è molto basso. L’Italia importa dall’Irlanda solo lo 0,3% della carne. E la rete di controlli si è sempre dimostrata efficiente
Torna l’allarme contaminazioni alimentari. Questa volta tocca alla carne, dopo la scoperta che partite (di suini e bovini) alla diossina provenienti dall’Irlanda sono state esportate in una ventina di Paesi Ue, tra cui l’Italia. Ma com’è davvero la situazione, quanto rischiamo?
A conferma del fatto che la rete di controlli esistenti su tutto il territorio nazionale è molto efficace, è stato subito diramato l'allerta a tutti gli Assessorati alla sanità regionali con l'obbligo di rintracciare e sequestrare a scopo cautelativo tutte le carni suine irlandesi e prodotti eventualmente trasformati, introdotti in Italia a partire dal 1 settembre scorso. Le indagini sono svolte dai Carabinieri per la tutela della salute.
Sembra che le partite di carne irlandese sul nostro territorio siano solo 22. Il pericolo è dunque molto circoscritto, soprattutto in considerazione del fatto che l’Italia importa dall’Irlanda solo lo 0,3% del totale delle carni. Secondo La Confederazione italiana degli agricoltori (Cia) “i controlli sono rigidi e quotidiani. E la nostra produzione è di altissima qualità, sottoposta in ogni fase della filiera a verifiche e test rigorosissimi”. I consumatori possono dunque "mangiare tranquillamente la carne suina nazionale. Anche quest'ultima vicenda pone l'esigenza dell'estensione dell'indicazione d'origine in etichetta per tutte le produzioni, uno strumento fondamentale che garantisce sia i consumatori che gli stessi produttori agricoli".
Sulla stessa lunghezza d’onda la Coldiretti, secondo cui la rete di controlli presenti in Italia è sicura ed efficiente. L’obbligo poi di indicare la provenienza in etichetta, fa il resto: “I consumatori possono riconoscere direttamente sugli scaffali la carne bovina proveniente dall’Irlanda. Per non rincorrere le emergenze, sostiene la Coldiretti, occorre estendere a tutti gli alimenti l’obbligo di un sistema di etichettatura che indichi la provenienza (lo stato di nascita, di allevamento e di macellazione) proprio come è stato già fatto per quella di pollo e per quella bovina dopo le emergenze aviaria (2005) e mucca pazza (2002). Informazioni che mancano ancora per la carne di maiale.
Che fare, dunque? Consumare carni suine italiane, che, spiega Coldiretti, “sono riconoscibili da marchi di qualità come il Gran Suino Padano (GSP) per il prodotto fresco o da quelli europei a denominazione di origine per i salumi. Ma c’è in molti casi anche l’opportunità di acquistare direttamente in molti dei cinquemila allevamenti di maiali presenti in Italia”.
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lunedì 8 dicembre 2008

PRENDIAMO TROPPI ANTIBIOTICI E LI USIAMO MALE
Un milione e mezzo di italiani ne prendono uno ogni giorno. Aumentano le reazioni allergiche. E i batteri diventano resistenti alle terapie
Hai un po’ di febbre? Prendi l’antibiotico. Mal di denti? Prendi l’antibiotico. Si potrebbe andare avanti all’infinito con gli esempi, vista l’abitudine deleteria e diffusa di mettere mano a questa categoria di farmaci al minimo malanno, senza consultare prima il medico. Ora, quella che pensavamo una sensazione, prende forma in un dato preciso: gli italiani usano sempre di più e male gli antibiotici, ogni giorno un milione e mezzo di cittadini assume questi medicinali. In alcuni casi, l’uso è cresciuto del 400%. Il pericolo? Ritrovarci fra qualche anno senza gli strumenti per combattere le infezioni, proprio a causa della capacità dei batteri di modificarsi imparando a resistere all'attacco dei farmaci.
I dati dimostrano che gli antibiotici sono al terzo posto come spesa nella classifica dei farmaci dispensati a carico del Servizio sanitario nazionale e al quinto se si considerano gli acquisti fatti direttamente dai cittadini.
Questi farmaci, ha spiegato il direttore generale dell'Aifa Guido Rasi, vengono utilizzati soprattutto per problemi all'apparato respiratorio, ma troppo spesso impropriamente durante le influenze stagionali. Infatti, come dimostra un sondaggio presentato dal presidente dell'Istituto superiore di sanità, Enrico Garaci, quasi un italiano su tre ha preso un antibiotico per curare l'influenza ed un quarto per guarire i raffreddori. Quattro italiani su dieci hanno anche dichiarato di non avere terminato il ciclo degli antibiotici, usando quindi questi prodotti in modo sbagliato.
“Ribadiamo l'importanza di rivolgersi ai medici”, ha detto il sottosegretario con delega alla Salute Ferruccio Fazio, che non ha escluso interventi anche di altro tipo, non solo sui cittadini, per ridurre l'uso di questi prodotti in Italia che si posiziona in Europa fra i paesi con maggior consumo.
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sabato 22 novembre 2008

OSSESSIONI E COMPULSIONI
Annullare i rischi e ridurre al minimo gli imprevisti è in fondo ciò che molti vorrebbero.
Ma se per ottenere questo scopo ci impegniamo in eccessivi comportamenti ripetitivi di controllo, eccessivi atteggiamenti scaramantici, rigore eccessivo nella programmazione fino agli ultimi dettagli, tentativo di mantenere un ordine ed una pulizia irrealisticamente possibile, cerimoniali assurdi e ripetitivi, è probabile che soffriamo di un DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo).
In tal caso i nostri comportamenti diventano una vera e propria gabbia che può giungere a legare la nostra spontaneità e a compromettere le normali relazioni sociali, la nostra vita scolastica, lavorativa e affettiva.
Caratteristiche essenziali del DOC sono le ossessioni e le compulsioni.
Ossessioni
Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi che si presentano più e più volte e sono al di fuori del controllo di chi li sperimenta. Si tratta di presenze mentali che son avvertite come disturbanti ed intrusive, e, almeno quando le persone non sono assalite dall'ansia, sono giudicate come infondate ed insensate.
Possono essere ossessioni, ad esempio, la paura eccessiva dello sporco e dei germi, la paura di aver fatto male a qualcuno, di poter perdere il controllo, di essere omosessuali.
Le ossessioni si distinguono dalle comuni preoccupazioni per il fatto che queste ultime sono riconosciute come realistiche.
Compulsioni
Le compulsioni vengono anche definite rituali o cerimoniali e sono comportamenti ripetitivi (lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (contare, pregare, ripetere formule mentalmente).
Lo scopo dei rituali è di ridurre il senso di disagio e l'ansia provocati dai pensieri e dagli impulsi tipici delle ossessioni.
Ad esempio, chi ha l'ossessione della contaminazione può lavarsi costantemente le mani fino a procurarsi delle escoriazioni.
Le compulsioni possono diventare talmente abituali e ripetitive da attuarsi, a scopo preventivo, anche in assenza di ossessioni.
Altre conseguenze possibili delle ossessioni sono:
Ricerca di rassicurazione da parte degli altri
Un altro modo con il quale si cerca di ridurre il disagio suscitato dai pensieri ossessivi è di chiedere di essere rassicurati da familiari, amici o medici per le proprie preoccupazioni.
Evitamento
Spesso le preoccupazioni ossessive sono causate da certe persone o circostanze, come “toccare lo sporco”, o riscontrare difetti particolari come ad esempio: oggetti non appaiati, linee spezzate, numeri particolari. Quindi, per contenere le preoccupazioni legate a queste particolari situazioni si cerca di evitarle. Per quanto sia un modo di aggirare il problema, l’evitamento può portare ad uno stile di vita sempre più limitato man mano che si determinano ulteriori situazioni da evitare.
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domenica 16 novembre 2008

I LAVORI INTELLETTUALI CONTRASTANO L’ALZHEIMER
I tessuti cerebrali si dimostrano più resistenti ai danni della malattia, come la perdita di memoria
Studiare, prendere una laurea e scegliere un lavoro ad elevato valore aggiunto intellettuale potrebber costituire una buona assicurazione contro il danno che l'Alzheimer arreca alla memoria. È quanto risulta da una ricerca dell'Università Vita e Salute San Raffaele di Milano. La ricerca ha evidenziato che il danno ai tessuti cerebrali produce una perdita di memoria molto più rapida sui soggetti che non sono intellettualmente stimolati.
Sarebbe il lavoro intellettuale, o la selezione genetica che spinge gli individui a scegliere questo tipo di professioni, ad aiutare il cervello a compensare il danno causato dalla malattia. Lo studio è il primo che analizza l'effettivo danno ai tessuti e le variabli connesse all'impegno intellettuale: l'équipe del San Raffaele ha usato la tac per individuare gli addensamenti neuronali e i depositi di proteine tipici dell'Alzheimer in 242 anziani seguiti nell'arco di 14 mesi: 72 di loro mostravano lievi disturbi cognitivi e 144 non lamentavano problemi di memoria. Nel perido in esame, a 21 persone del gruppo dei 72 è stato diagnosticato l'Alzheimer.
“Il cervello è in grado di compensare il danno e di consentire ai malati di mantenere la funzionalità “Ci sono due possibili spiegazioni: il cervello può essersi rafforzato attraverso lo studio e l'impegno professionale, oppure fattori genetici che hanno consentito a queste persone di accedere agli studi superiori e a professioni di tipo intellettuale potrebbero essere in grado di determinare l'ammontare delle riserve cerebrali”.
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A 40 ANNI IL CERVELLO COMINCIA A PERDERE COLPI
A questa età inizia a rovinarsi la guaina che riveste i neuroni e che consente un più rapido invio di segnali al resto del corpo
Fino ai 39 anni, cammina spedito come meglio non si potrebbe. Poi, toccata la soglia dei 40, altrettanto speditamente comincia a regredire. È la parabola del cervello umano, almeno secondo quanto dimostrato da un gruppo di ricercatori dell'Università della California (Usa) con uno studio pubblicato sulla rivista Neurobiology of Ageing.
Questo rallentamento cerebrale dopo i 40 anni si verificherebbe a causa della perdita di una "guaina grassa" che riveste le cellule nervose, i neuroni, con l'avanzare dell'età. In pratica, il rivestimento funzionerebbe come un isolante, molto simile alla copertura di plastica di un cavo elettrico, e consentirebbe il rapido invio dei segnali intorno al corpo e al cervello. Quando questa guaina si deteriora, vengono di conseguenza rallentati i segnali che passano lungo i neuroni del cervello. Ciò significa che i tempi di reazione del corpo diventano molto lenti.
Secondo gli scienziati, il corpo umano dopo i 40 anni perde la battaglia per la riparazione delle guaine protettive. Infatti, dopo aver coinvolto nello studio uomini di età compresa tra i 23 e gli 80 anni, i ricercatori non hanno dubbi: "il rendimento medio delle reti neurali diminuisce progressivamente con l'età a un ritmo accelerato".
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giovedì 13 novembre 2008

Salve amici, oggi trattiamo un problema che angoscia milioni di persone : il MAL DI TESTA.
• Che cos’è e come si manifesta la cefalea
• La cefalea tensiva
• L’emicrania
• La cefalea a grappolo
• Il fai-da-te per la cefalea, inutile e dannoso
• Strategie e terapie anti mal di testa
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• CHE COS’È E COME SI MANIFESTA LA CEFALEA
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• Trentuno milioni. Sono gli italiani che soffrono di dolore più o meno intenso alla testa, stando alle statistiche più recenti. Nel nostro Paese circa 40 milioni di persone lo hanno avuto almeno una volta nella vita e ben 28 milioni ne vengono colpiti almeno 2-3 volte l’anno, mentre per 10 milioni questo dolore è un appuntamento mensile o settimanale. Colpisce in prevalenza persone in età lavorativa, fra i 25 e i 55 anni (per lo più donne), riducendone le capacità di concentrazione o spesso costringendole al riposo assoluto.
Ma cosa è il mal di testa? E come si può curare? Cefalea è un termine generico, indica un dolore alla testa che può avere diverse caratteristiche e le cui cause non sono ancora tutte note. Può interessare solo una parte del capo o la sua interezza. Bisogna però distinguere fra cefalee primarie, in cui il mal di testa è la malattia vera e propria, e cefalee secondarie in cui il dolore è il sintomo di altre patologie più o meno gravi. Per questo è molto importante, in caso di mal di testa, evitare l’autodiagnosi e rivolgersi sempre al medico.
Per curarsi, infatti, il 55% di chi soffre di mal di testa ricorre molto spesso all’automedicazione assumendo un prodotto da banco. Ma non sempre è sufficiente, visto che alcune forme di cefalea richiedono terapie più “forti”. Ecco perché la scienza è sempre al lavoro per individuare le cause del mal di testa (ancora non del tutto chiare) e per sperimentare nuove terapie.
Il migliore alleato del paziente è il buon senso, se la cefalea è lieve e compare sporadicamente, non è il caso di allarmarsi, basta un analgesico. Ma se gli attacchi si intensificano, se le solite terapie non producono effetti e si nota un aumento del dolore o la comparsa di altri sintomi, allora è necessario rivolgersi al medico che prescriverà, caso per caso, gli esami necessari.
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• LA CEFALEA TENSIVA
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• La forma più comune di mal di testa prende il nome di “cefalea tensiva”. Colpisce in particolare le donne e tutte le persone che, per lavoro o studio, devono rimanere sedute a lungo o vengono sottoposte a situazioni di stress o tensione.
Quali sono i suoi sintomi? Se dovessimo ricorrere al linguaggio comune, parleremmo di tipico “cerchio alla testa”: quella sensazione dovuta alla contrazione dei muscoli del collo e delle spalle che stringono il capo in una specie di morsa. Il dolore è persistente, ma non particolarmente forte: di media intensità.
Segni particolari: di solito se ne va in meno di un’ora, ma può capitare che duri anche alcuni giorni.
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• L’EMICRANIA
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• Questa forma di mal di testa colpisce decisamente le donne in misura maggiore rispetto agli uomini: tre volte di più. È stato calcolato che ne soffre il 15% della popolazione mondiale.
I suoi sintomi sono ben definiti: il dolore è pulsante e si manifesta da un solo lato della testa. Inizia nella zona sopra gli occhi e poi si estende a fronte e tempie. A volte si verificano anche nausea o fastidio per luce o rumori.
Una forma collegata, ma meno frequente, viene definita “emicrania con aura”: si caratterizza perché l’attacco viene preceduto e accompagnato da una serie di disturbi visivi.
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• LA CEFALEA A GRAPPOLO
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• Meno diffusa delle altre tipologie (ne soffre una persona su mille, perlopiù uomini, in un rapporto di 3 a 1 nei confronti delle donne). Si manifesta con dolori particolarmente forti, al punto da essere definita addirittura “cefalea da suicidio” e può essere cronica o episodica: coloro che soffrono della forma cronica (rappresentano il 15% dei casi totali) hanno attacchi tutti i giorni; quelli invece colpiti dalla forma episodica, due mesi l’anno, di solito al cambio di stagione.
L’emicrania a grappolo deve il suo mone al fatto che gli attacchi (di circa un’ora) si concentrano in intervalli di tempo abbastanza brevi. Durante il “grappolo” si possono avere fino a 10 attacchi al giorno.
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• IL FAI-DA-TE PER LA CEFALEA, INUTILE E DANNOSO
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• Appena arriva il mal di testa, pur di far sparire il dolore, mettiamo mano ai farmaci che troviamo in casa (magari consigliati da un amico o, peggio, scelti senza un criterio preciso). Gli italiani spendono l’equivalente di un miliardo di euro l’anno in farmaci per la cefalea. Ma se il medicinale non è quello giusto, si finisce per abusarne senza ottenere alcun sollievo. A quel punto il mal di testa viene alimentato dalla stessa terapia.
I pazienti che si rivolgono al medico per la diagnosi della cefalea sono solo la punta dell’iceberg. Spesso le persone si sottopongono a una visita specialistica solo dopo anni di sofferenze e cure inefficaci, quando il fenomeno si è cronicizzato.
Quali, allora, gli errori da evitare? Anzitutto il fai-da-te. In caso di ripetuti attacchi bisogna informare il medico di famiglia che, se è il caso, vi indirizzerà dallo specialista. Seguite sempre le sue indicazioni sul tipo, la quantità e il dosaggio dei farmaci da assumere, e informatelo di eventuali effetti collaterali. Non sottovalutate una cefalea che compare all’improvviso e resiste ai farmaci: può essere il sintomo di altre malattie.
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• STRATEGIE E TERAPIE ANTI MAL DI TESTA
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• Per sconfiggere il mal di testa la via più usata è quella che porta alla farmacia. Eppure in alcuni casi basterebbe cambiare abitudini. Specie per la cefalea tensiva, che dipende dallo stress, e per l’emicrania, che può essere causata da vari fattori (stanchezza, fumo, cioccolata, alcol, sole...).
Contro la cefalea tensiva. Se il dolore è lieve si può fare a meno dei farmaci. Se persiste, sono sufficienti gli analgesici da banco: da usare per poco tempo, sono quasi tutti farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans) e non contengono cortisone.
Contro l’emicrania. Se non è troppo frequente, possono bastare gli analgesici da banco. Altrimenti, bisogna consultare uno specialista per una terapia più forte, nei casi estremi anche con farmaci molto severi.
Contro la cefalea a grappolo. I farmaci più efficaci sono i triptani, sostanze che agiscono sui meccanismi responsabili del dolore. Validi anche contro l’emicrania, esistono anche in versione spray nasale.
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